Il senso dell’elefante, di Marco Missiroli.

Partiamo dalla fine: è la crisi, ormai pesante, del patriarcato a rendere così stringente il bisogno di pensare la paternità? E che ruolo ha tutto ciò nella barbarie sentimentale che porta alla ormai quotidiana mattanza di donne e figli da parte di mariti, amanti, padri?
Marco Missiroli è uno scrittore soltanto trentenne, con alle spalle tre libri importanti e la vittoria al Premio Campiello opera prima nel 2006. A febbraio è uscito il suo quarto libro per l’editore Guanda, ‘Il Senso dell’elefante’. Un libro pensato, scritto e riscritto, che ha voluto tre anni di lavoro.

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Libro molto bello, scritto benissimo, avvolgente, con uno svolgimento quasi da giallo, dove gli elementi della trama e dei personaggi si svelano poco a poco fino all’overture finale. Libro molto ‘al maschile’, abitato dalle questioni che inquietano le relazioni e i sentimenti di oggi: l’amore in ogni sua declinazione, la paternità, biologica e no, la famiglia, anche la malattia e la morte. Si potrebbe dire che Missiroli ha voluto mettere troppa carne al fuoco, ma sicuramente non l’ha bruciata.
Lo scenario oscilla tra Rimini e Milano, luogo natio la prima e luogo d’elezione la seconda per Missiroli, descritte in maniera inusuale. Il protagonista è Pietro, un ex sacerdote che sceglie di diventare portinaio in un piccolo condominio milanese. Un uomo taciturno che entra di nascosto in un appartamento alla ricerca di qualcosa. E’ da questo enigma che si chiarisce la matassa del passato e si dipana il disegno del presente, con un coro di personaggi di grande spessore umano.
Cos’è il ‘senso dell’elefante’? E’ quello per cui il maschio dell’elefante, in caso di pericolo, difende strenuamente tutti i figli del branco, i suoi ma anche no. E’ questo l’esplicito messaggio del libro, è questo lo sviluppo della trama. In un dialogo si introduce la differenza tra ‘amore minimo’ e ‘amore massimo’, ossia ‘difendere l’amore per una sola persona’. Il finale, da non svelare, è spiazzante, ma assolutamente in sintonia con l’assunto precedente.
Ho letto il libro in pochi giorni, ho abbandonato con commozione e dispiacere le sue pagine. Ma sono bastate alcune ore e mi sono detto: no, non sono d’accordo. No, non doveva andare così.
Nessun problema, anzi: un libro, un’opera d’arte in generale, che voglia dire qualcosa non ha lo scopo di dare risposte morali ai suoi lettori, neppure di rispecchiare i veri valori dell’autore. Ha la responsabilità di porre le giuste domande e di farci navigare nel mare della riflessione per cercare un attracco.
La sensazione è che, per quanto ammirevole sia il senso dell’elefante, per quanto sia meritevole aspirare all’amore massimo, tutto ciò possa contenere dentro di sé alcune semplificazioni che possono letteralmente diventare mortali.
Il problema è che la nostra natura di esseri umani, gettati nella contemporaneità, è più complessa delle dinamiche di una comunità di elefanti. Che l’Altro è comunque altro, che un figlio, di sangue e/o per anni di cure, è un’altra cosa da noi e che esiste sempre almeno un altro essere umano con cui dobbiamo ‘condividerlo’. Che il nostro passato, che sia del tutto passato (ma ciò che ò stato è comunque stato) o che persista da tempo, non lo puoi tagliare come un nodo.
I conflitti non li risolvi negandoli, ma attraversandoli, cercando di costruire nuovi piani, anch’essi provvisori. La sofferenza futura non redime la sofferenza passata. La ricerca della felicità è questo lavorio personale ma condiviso, e la felicità forse è trovare un buon approdo, per quanto momentaneo.

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